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	<title>NIPPONSAI di Nausica Opera International</title>
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	<description>Associazione Nausica Opera International A.P.S.</description>
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		<title>Cenni di Storia del Giappone</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Dec 2009 03:52:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>NIPPONSAI</dc:creator>
				<category><![CDATA[Breve Storia del Giappone]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Una ricerca sulle origini di una nazione, siano esse recenti o avvolte in antichi miti e tradizioni, è un&#8217;interessante guida alla nazione moderna. Molto spesso gli inizi della storia di una nazione implicano tensioni, contraddizioni e difficoltà che continuano ad operare, apertamente o latentemente, per molti secoli. Anche se le forme esterne di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;">Una ricerca sulle origini di una nazione, siano esse recenti o avvolte in antichi miti e tradizioni, è un&#8217;interessante guida alla nazione moderna. Molto spesso gli inizi della storia di una nazione implicano tensioni, contraddizioni e difficoltà che continuano ad operare, apertamente o latentemente, per molti secoli. Anche se le forme esterne di vita subiscono cambiamenti &#8211; perfino cambiamenti radicali &#8211; molti degli antichi concetti, tendenze e credenze mantengono una sorprendente vitalità, influenzando la nazione lungo tutta la sua storia. Ciò è stato sicuramente vero per il Giappone.</span><em><span style="color: #333333;"> <span style="color: #808000;">Donald L. Philippi, dalla Prefazione alla traduzione del Kojiki</span></span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"> Lo scopo di queste pagine è di fornire una breve introduzione alla storia del Giappone che possa servire ad inquadrare l&#8217;evoluzione della sua musica. Pertanto verrà data più importanza alla storia della cultura a scapito di altri aspetti (politici, militari, economici). La storia della musica in quanto tale è trattata qui solo nei suoi aspetti più generali in quanto lo sviluppo storico dei vari generi musicali è presentato nelle pagine relative (storia del gagaku, del sôkyoku, del jôruri, ecc.).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"> La storia giapponese è solitamente divisa in grandi intervalli di tempo chiamati età (preistorica, antica o classica, medioevale, moderna, contemporanea) che sono a loro volta divisi in intervalli più brevi (ma che durano pur sempre parecchi decenni o secoli) chiamati periodi o epoche. È consuetudine degli storici denominare i periodi in base alla sede del governo: così, ad esempio, il periodo Heian ed il periodo Edo sono rispettivamente i periodi in cui il governo era esercitato dalla corte imperiale di Heian (l&#8217;attuale città di Kyôto) e dal bakufu di Edo (l&#8217;attuale Tôkyô).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;">Tradizionalmente in Giappone gli anni vengono indicati non attraverso un&#8217;unica successione numerica ininterrotta ma (ricalcando il sistema cinese adottato in Giappone a partire dal periodo Nara) attraverso una successione di ere (della durata di pochi anni) ed un numero progressivo dell&#8217;anno all&#8217;interno di ciascuna era (nengô). Questo sistema è ancora usato in Giappone (soprattutto nei libri di storia e nei documenti ufficiali) ma per tutti gli usi pratici viene sempre di più affiancato dal sistema occidentale.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;">Bisogna notare che la denominazione delle epoche e dei periodi storici e i loro limiti temporali non sono unici: in particolare la suddivisione utilizzata nella storia dell&#8217;arte è differente da quella adottata per la storia politica. Non bisogna quindi stupirsi se si incontrano periodizzazioni diverse da quella qui adottata.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;">In particolare, in molti testi viene indicato come periodo Yamato il periodo che va dal 300 al 710, includendo in esso come sottoperiodi sia il periodo Kofun (300 &#8211; 552) che il periodo Asuka (552 &#8211; 710). Analogamente, a volte si indica come periodo Muromachi il periodo 1333 &#8211; 1568, includendo in esso anche il periodo Nanbokuchô.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;">La divisione in periodi adottata nelle presenti pagine è illustrata nella tabella seguente: selezionando i links attivi si accede alle sezioni dove essi vengono brevemente descritti (le sezioni successive al periodo Edo non sono ancora disponibili).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"> Per seguire più facilmente la narrazione storica può essere comodo fare riferimento alla sezione sulla Geografia del Giappone; in particolare le pagine di Informazioni generali contengono un&#8217;introduzione alla terminologia essenziale.</span></p>
<p><span style="color: #800000;"><strong>Preistoria </strong>(prima del 300 d.C. circa)</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;">Durante l&#8217;età preistorica l&#8217;arcipelago giapponese è stato raggiunto da diverse ondate di popolazioni provienienti sia dal Pacifico Meridionale che dal continente asiatico (Corea, Cina e forse Siberia) che mescolandosi insieme hanno formato il nucleo originario dell&#8217;etnia e della cultura giapponese. La musica praticata da queste popolazioni proto-giapponesi non è conosciuta direttamente ma è documentata da reperti archeologici e dalla testimonianza di cronache cinesi contemporanee o di poco posteriori.</span></p>
<p><span style="color: #333333;"><strong><span style="color: #800000;">Periodo Yamato o Kofun </span></strong><span style="color: #800000;">(300 &#8211; 552)</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;">A partire dal IV secolo d.C. i piccoli stati tribali che formano il Giappone primitivo vengono progressivamente assorbiti nella sfera di influenza del clan di Yamato, che si avvia a costituire uno stato unitario dalla struttura sociale altamente organizzata. Attraverso intensi scambi con il continente, il Giappone entra in contatto con la cultura altamente sviluppata della Cina.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #800000;"><strong>Periodo Asuka</strong> (552 &#8211; 710)</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;">Il periodo Asuka è caratterizzato dall&#8217;assimilazione del buddhismo e della cultura cinese (lettere, arti, musica) e dalla adozione sistematica del modello di Stato e dell&#8217;ordinamento legislativo della Cina. Il periodo prende il nome dalla valle di Asuka (poco a nord della attuale città di Nara) in cui venivano costruiti i palazzi imperiali; infatti in questo periodo la residenza imperiale veniva abbandonata e ricostruita alla morte di ogni imperatore a causa della credenza shintoista secondo la quale un luogo è reso impuro dalla morte di chi vi abita.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #800000;">Periodo Nara </span></strong><span style="color: #800000;">(710 &#8211; 794)</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;">Durante il periodo <span style="color: #800000;">Nara</span> la cultura importata dal continente (soprattutto dalla Cina Tang) si consolida definitivamente, diventando uno degli elementi essenziali che costituiranno la cultura giapponese nei secoli a venire fino al giorno d&#8217;oggi. In particolare il buddhismo ha una grande diffusione negli ambienti aristocratici e nella corte imperiale ed acquista anche una straordinaria influenza politica. Da un punto di vista politico ed amministrativo viene continuata la linea di imitazione del modello cinese iniziata dalle grandi riforme del periodo Asuka, anche se questa comincia a mostrare i segni della crisi che si svilupperà pienamente durante il successivo periodo Heian.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"><strong><span style="color: #800000;">P</span></strong><span style="color: #333333;"><strong><span style="color: #800000;">eriodo Heian </span></strong><span style="color: #800000;">(794 &#8211; 1185)</span></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #800000;"> </span>Da un punto di vista politico il periodo Heian può essere diviso in due fasi distinte:<br />
<span style="color: #800000;"><strong>* </strong></span>una prima fase (periodo Kônin, 794 &#8211; 866) in cui continua la linea politica in direzione di uno stato centralizzato e burocratico sul modello cinese, iniziata dalle grandi riforme del periodo Asuka e continuata durante il periodo Nara;<br />
<strong>* </strong>una seconda fase (periodo Fujiwara, 866 &#8211; 1185) in cui il potere centrale si indebolisce progressivamente, nascono domini (shôen) sempre più indipendenti e ci si avvia verso un regime feudale. L&#8217;epoca Heian corrisponde al periodo aureo della cultura aristocratica di corte e delle forme letterarie e musicali ad essa legate (poesia e narrativa, gagaku e shômyô).</span><br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #800000;"><strong>Periodo Kamakura </strong>(1185 &#8211; 1333)</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #333333;">Il periodo Kamakura è caratterizzato dallo sdoppiamento del potere politico tra la corte imperiale di Heian e il nuovo governo militare dello shôgun. Questa situazione pone le basi per la nascita della società feudale e per l&#8217;inserimento di nuove classi (soprattutto la casta guerriera, ma anche il popolo) nel panorama della cultura e della musica.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #800000;"><strong>Periodo Ashikaga</strong></span> <span style="color: #800000;">(1333 &#8211; 1568)</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;">Durante il periodo Ashikaga il potere politico centrale (sia quello imperiale che quello militare dello shôgun) si indebolisce progressivamente fino a diventare solamente nominale. Nell&#8217;ultimo secolo del periodo Muromachi il Giappone è dilaniato da continue guerre tra un gran numero di piccoli stati indipendenti. Dal punto di vista musicale in questo periodo nascono e si sviluppano forme d&#8217;arte tipicamente giapponesi e ormai indipendenti da influssi stranieri come lo heikyoku e il teatro nô. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #800000;"><strong>Periodo Azuchi-Momoyama</strong> (1568 &#8211; 1603)</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #333333;">Dopo un secolo di continue guerre (periodo Sengoku, 1478 &#8211; 1578), in poco più di 30 anni il Giappone è riunificato da Oda Nobunaga, Toyotomi Hideyoshi e Tokugawa Ieyasu. Verso la metà del XVI secolo gli europei arrivano in Giappone portando la religione cristiana, ma all&#8217;inizio del XVII secolo i contatti con l&#8217;Occidente vengono bruscamente interrotti dalla politica isolazionista di Tokugawa Ieyasu. In questo periodo fanno i primi passi quelli che saranno i generi musicali più importanti dell&#8217;età moderna: la musica teatrale accompagnata da shamisen e il sôkyoku. </span></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #800000;"><strong>Periodo Edo o Tokugawa </strong>(1603 &#8211; 1868)</span></span></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #800000;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #808000;"><strong>- Il regime Tokugawa</strong></span><br />
Tokugawa Ieyasu non fu solo un abile condottiero ma anche un uomo politico accorto e lungimirante; nel periodo che va dalla battaglia di Sekigahara (1600) alla sua morte (1616) egli riuscì a porre le basi di uno stato solido e ben organizzato che si manterrà stabile ed essenzialmente immutato per più di due secoli. Dal 1603 al 1868 il Giappone sarà governato da shôgun appartenenti alla famiglia Tokugawa che eserciteranno il loro potere attraverso un governo militare (bakufu) residente a Edo; per tale motivo questo periodo viene indicato con il nome di periodo Edo o periodo Tokugawa.</span></span></span></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #800000;"><span style="color: #333333;"><strong><span style="color: #808000;">Il rafforzamento del potere shôgunale</span></strong><br />
Il primo obiettivo di Ieyasu fu quello di accrescere il potere del bakufu e di limitare quello dei daimyô in modo da dare una netta supremazia militare ed economica al governo centrale ed escludere definitivamente la possibilità di rivolte. Da un punto di vista militare egli esercitò uno stretto controllo sulla classe dei bushi. Confermando e facendo applicare rigidamente la netta separazione tra la classe dei samurai e quella dei contadini introdotta da Toyotomi Hideyoshi nel 1591 egli si assicurò che la popolazione civile non possedesse armi e non fosse addestrata nel loro uso; questo era un metodo molto efficiente per privare i vari daimyô di forze militari autonome e non controllabili dal bakufu e quindi precludere loro ogni possibilità di insurrezione. Sicuramente questa opera di accentramento e controllo fu favorita da un lato dal grandissimo ascendente che egli aveva acquistato dopo la vittoria di Sekigahara, dall&#8217;altro dal fatto che i vari signori locali era sfiniti dal lungo periodo di guerra precedente e quindi vedevano di buon occhio un ritorno all&#8217;ordine, anche al prezzo della perdita dell&#8217;autonomia. Ad ogni buon conto Ieyasu si premurò di eliminare ogni possibile opposizione politica procedendo allo sterminio sistematico della famiglia di Hideyori (il figlio di Toyotomi Hideyoshi).</span></span></span></span></span></p>
<p>Analogamente egli cercò di acquistare anche una supremazia economica. Poiché a quell&#8217;epoca l&#8217;economia del Giappone era basata essenzialmente sulla produzione di riso, egli confiscò e pose sotto la diretta amministrazione del bakufu una quantità di territori tale da assicurargli circa un quarto della produzione di riso dell&#8217;intera nazione. Egli favorì anche l&#8217;attività industriale e commerciale ma si assicurò il monopolio dei suoi settori più redditizi (come l&#8217;estrazione d&#8217;argento e il commercio con l&#8217;estero). Nello stesso tempo cercò di limitare il potere economico dei daimyô imponendo loro, in cambio della concessione dei feudi, il finanziamento di attività onerose come il mantenimento di un esercito e l&#8217;esecuzione di opere di interesse pubblico (bonifica di nuovi terreni agricoli, costruzione e manutenzione di strade e di opere militari). Una analoga politica di contenimento esercitò anche nei confronti delle maggiori città commerciali (Ôsaka, Sakai, Fushimi, Nagasaki, ecc.) di cui abolì i privilegi e su cui esercitò uno stretto controllo.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #800000;"><span style="color: #333333;"><strong><span style="color: #808000;">Organizzazione dello stato feudale</span></strong><br />
Tokugawa Ieyasu organizzò lo stato finalmente riunificato su una base strettamente feudale. L&#8217;intero territorio nazionale venne diviso in numerosi feudi che furono affidati ad altrettanti feudatari (daimyô). Questi avevano verso il bakufu un obbligo di obbedienza e fedeltà che normalmente comprendeva il dovere di mantenere un esercito da mettere a disposizione dello shôgun in caso di necessità, di versare una certa percentuale del raccolto come tasse, di partecipare con manodopera e risorse economiche a opere pubbliche di interesse nazionale, di rispettare alcune leggi nazionali che riguardavano soprattutto questioni di ordine pubblico (non dare asilo a ricercati, denunciare congiure contro il bakufu, ecc.). Per tutto il resto, e in particolare per quanto riguardava l&#8217;amministrazione interna dei feudi, ogni daimyô era libero di regolarsi come meglio credeva; per questo motivo durante il periodo Tokugawa le condizioni materiali della popolazione variavano molto a seconda della regione.</span></span></span></span></span></p>
<p>Ieyasu divise i propri feudatari in due grandi categorie: i fudai daimyô e i tozama daimyô. I fudai daimyô erano i feudatari più fedeli, quelli che erano stati alleati di Ieyasu anche prima della battaglia di Sekigahara e a cui egli affidò le cariche di maggior responsabilità e prestigio nel governo militare. I tozama daimyô ["daimyô esterni"] erano invece i feudatari che gli si erano sottomessi dopo Sekigahara; alcuni di loro facevano parte della &#8220;alleanza occidentale&#8221; e quindi avevano combattuto contro Ieyasu in quella battaglia. In molti casi si trattava di signori di feudi vasti e potenti, solitamente situati nelle regioni più periferiche (nord-orientali o occidentali) del paese; Ieyasu non se ne fidava fino in fondo ma li trattò con una certa cautela, lasciando loro una maggiore autonomia, per evitare il pericolo di possibili rivolte. I fudai daimyô erano invece soggetti a una disciplina molto più rigida e avevano feudi più piccoli, collocati in punti strategici (lungo le vie di comunicazione importanti) o come feudi-cuscinetto lungo i confini delle terre dei tozama, in modo da poterne controllare i movimenti.</p>
<p>Tutti i feudatari (sia fudai che tozama) avevano l&#8217;obbligo di risiedere a Edo ad anni alterni per un certo periodo di tempo. Questa pratica era iniziata come un atto di omaggio spontaneo allo shôgun ma in seguito venne resa obbligatoria per legge (1635). Da parte dello shôgun infatti questo era un modo efficace per tenere direttamente sotto controllo i propri feudatari e per assicurarsi della loro fedeltà (anche quando il daimyô ritornava al proprio feudo doveva lasciare a Edo la propria famiglia come ostaggio). Questo era anche un modo per indebolire finanziariamente i tozama, che a proprie spese dovevano mantenere permanentemente a Edo una residenza degna del loro rango.</p>
<p>Ieyasu tenne sotto il diretto controllo del bakufu una vasta regione attorno al Kantô e al Kinki; questa zona non fu divisa tra feudatari ma veniva amministrata da funzionari (hatamoto) alle dirette dipendenze dello shôgun. Questi territori inizialmente procuravano una rendita annuale di circa 7 milioni di koku ma furono molto ampliati da una sistematica politica di confisca dei terreni attuata dai successori di Ieyasu e quindi verso la fine del XVII secolo arrivarono a 17 milioni di koku (circa 2/3 della produzione nazionale).</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #800000;"><span style="color: #333333;"><strong><span style="color: #808000;">La struttura della società feudale</span></strong><br />
La società feudale del regime Tokugawa era basata su una rigida divisione della popolazione in quattro classi (militari, contadini, artigiani e mercanti); chi era nato in una classe non poteva passare a un&#8217;altra, anche se aveva possibilità di migliorare la propria posizione all&#8217;interno della stessa classe. Questo sistema estremamente conservatore era dettato dalla preoccupazione di mantenere rigidamente l&#8217;ordine costituito: ogni novità era considerata dalla classe dirigente come potenzialmente pericolosa e quindi era scoraggiata.</span></span></span></span></span></p>
<p>I militari o samurai (circa 5 &#8211; 10% della popolazione) costituivano la classe più elevata ed erano gli unici che potevano accedere a cariche politiche o amministrative. Questo fatto era naturale per un governo militare ed era la conseguenza dell&#8217;importanza che l&#8217;esercito aveva avuto nel precedente periodo, segnato da instabilità politica e continui conflitti, ma divenne rapidamente anacronistico in un&#8217;epoca di ordine e pace come quella Tokugawa. Tra l&#8217;altro la maggior parte dei samurai erano addestrati nell&#8217;uso delle armi ma non avevano la preparazione necessaria per affrontare mansioni amministrative e civili. La classe militare cercò di reagire a questa situazione acquisendo gradatamente la coscienza del suo nuovo ruolo, ma rimase una contraddizione di fondo che alla lunga sarà una delle cause della fine del bakufu.</p>
<p>I samurai erano sottoposti a un severo codice di comportamento: in teoria non potevano intraprendere attività commerciali e soprattutto non potevano passare alle dipendenze di un nuovo signore. Quando il feudo a cui appartenevano passava a un altro daimyô essi perdevano il posto ed erano esclusi per sempre da ogni incarico militare; essi diventavano così rônin [lett. "uomini-onda"] ed erano costretti a vivere di espedienti. Nel corso del XVII secolo le confische di feudi operate dal bakufu crearono un numero molto elevato di rônin (forse mezzo milione). Essi costituivano un problema sociale così grave che il bakufu fu costretto a rivedere la politica nei loro confronti, favorendone l&#8217;inserimento nell&#8217;amministrazione statale. Grazie a queste misure verso la fine del secolo il numero dei rônin era molto diminuito.</p>
<p>Benché i contadini (circa l&#8217;80% della popolazione) fossero in teoria la classe più rispettata dopo i militari e la principale fonte di ricchezza della nazione, le loro condizioni di vita e di lavoro erano estremamente dure; essi non potevano abbandonare l&#8217;appezzamento di terra su cui erano nati ed erano soggetti a forti tasse in natura (dell&#8217;ordine del 50% del raccolto) e pesanti corvées. A ciò si devono aggiungere le difficoltà dovute a cause naturali (ricorrenti carestie per le condizioni climatiche sfavorevoli). Per questi motivi tra i contadini serpeggiava un malcontento che spesso sfociò in violente insurrezioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #800000;"><span style="color: #333333;">Subito dopo nella scala sociale venivano gli artigiani che solitamente vivevano nelle città o nei borghi attorno ai castelli e che pure erano in generale alquanto poveri. Tuttavia gli artigiani più abili e soprattutto quelli che producevano articoli necessari ai militari (armaioli e fabbri) godevano di un&#8217;alta considerazione.</span></span></span></span></span></p>
<p>Da ultimi venivano i mercanti; nella visione economica piuttosto arretrata del bakufu essi non producevano beni e quindi erano considerati quasi alla stregua di parassiti che si arricchivano sfruttando il lavoro altrui. Perciò essi ebbero un potere politico sempre molto ridotto anche se la crescita di un&#8217;economia su scala nazionale che ebbe luogo durante il periodo Edo ne aumentò sempre più il potere economico.</p>
<p>Al disotto delle quattro classi c&#8217;erano persone che erano considerate al di fuori della comunità, non godevano di diritti civili ed erano costrette a risiedere in quartieri separati o a condurre una vita nomade. Questi emarginati, chiamati eta [lett. "molta sporcizia"] oppure hinin ["non uomini"], erano inizialmente persone considerate impure per delitti commessi o per il loro mestiere (macellai, conciatori, mendicanti, prostitute, intrattenitori da strada); tuttavia questa condizione era ereditaria e con il passare del tempo si andarono formando comunità soggette a discriminazione solo in ragione della loro discendenza. Questo tipo di emarginazione sociale non è scomparso neppure nel Giappone odierno dove sussistono comunità (oggi chiamate di burakumin) tuttora soggette a discriminazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #800000;"><span style="color: #333333;"><strong><span style="color: #808000;">Il bando del cristianesimo e la chiusura della nazione</span></strong><br />
La politica di Tokugawa Ieyasu nei confronti del cristianesimo e dei rapporti con l&#8217;Occidente subì una brusca inversione di tendenza nel giro di pochi anni. Inizialmente egli incoraggiò il commercio con l&#8217;estero che considerava come un mezzo per arricchire il paese e le casse del bakufu; a tal fine egli cercò di regolamentare soprattutto i traffici con la Cina (da cui venivano importati soprattutto seta, libri e medicinali) imponendo a tutte le navi mercantili di operare solamente sotto sua licenza. A quell&#8217;epoca le coste di molti paesi dell&#8217;Asia Orientale erano costellate da insediamenti giapponesi in cui le navi potevano fare scalo.</span></span></span></span></span></p>
<p>Analogamente Ieyasu diede inizialmente un moderato sostegno al cristianesimo. In realtà pare che egli personalmente fosse agnostico e che anzi considerasse qualsiasi religione (buddhismo, cristianesimo o confucianesimo) come un potenziale intralcio e pericolo per lo stato; forse la sua posizione nei confronti del cristianesimo era solamente dettata dal desiderio di mantenere buoni rapporti con i mercanti portoghesi e di ostacolare il buddhismo.</p>
<p>Le ragioni della sua svolta in politica estera non sono chiare; probabilmente egli vide che il cristianesimo si stava diffondendo troppo nel Kyûshû e nelle regioni occidentali (della cui fedeltà egli non si fidava troppo) e temeva che ciò potesse facilitare la nascita di una coalizione contro di lui. Analogamente egli si rese forse conto che erano quelle stesse regioni occidentali a trarre i maggiori guadagni dal commercio con l&#8217;Occidente. L&#8217;avanzata del cristianesimo appariva comunque strettamente legata alla politica di espansione coloniale di Portogallo e Spagna. Sta di fatto che a partire dal 1611 egli emise una serie di provvedimenti sempre più restrittivi nei confronti del cristianesimo e del commercio estero. Queste misure furono ulteriormente inasprite dai successori di Ieyasu e sfociarono in aperte persecuzioni (nel periodo 1613 &#8211; 1630 furono uccisi circa 4000 cristiani).</p>
<p>I timori nei confronti della religione cristiana parvero confermati dalla rivolta scoppiata nel 1637 a Shimabara (regione del Kyûshû nei pressi di Nagasaki). In realtà la sommossa non aveva un movente religioso ma era causata dalle pessime condizioni in cui si trovavano i contadini. Tuttavia ad essa parteciparono anche parecchi cristiani e il bakufu ne approfittò per attuare una politica di chiusura quasi totale del paese. A partire dal 1639 fu severamente vietato (sotto pena di morte) sia l&#8217;attracco di navi occidentali, sia l&#8217;espatrio di cittadini giapponesi, sia il rientro in patria di giapponesi residenti all&#8217;estero. Solo agli olandesi fu consentito di mantenere un&#8217;attività commerciale tra Cina e Giappone: ad essi era stato permesso di mantenere in Giappone una base permanente a Deshima, una piccola isola artificiale nella baia di Nagasaki che era sotto stretto controllo del bakufu.</p>
<p><strong><span style="color: #808000;">Lo sviluppo economico e la crescita delle città</span></strong></p>
<p>Per il Giappone il periodo Tokugawa costitusce un lungo periodo di pace e di relativo ordine in cui si assiste a un graduale sviluppo dell&#8217;economia e all&#8217;espansione delle città.</p>
<p>All&#8217;inizio del periodo Edo l&#8217;economia del Giappone era basata soprattutto sull&#8217;agricoltura e in particolare sulla coltura intensiva di riso e cereali. I contadini vivevano in piccoli villaggi (mediamente composti da 50 famiglie) e coltivavano piccoli appezzamenti di terra (molto spesso inferiori all&#8217;ettaro). I villaggi avevano una struttura gerarchica al cui vertice stava il capo-villaggio e le famiglie contadine più ricche (honbyakushô) che erano titolari degli appezzamenti; sotto di essi erano i contadini salariati (non proprietari). Il villaggio era collettivamente responsabile del pagamento delle tasse e delle infrazioni dei singoli e perciò esercitava un controllo sul comportamento dei suoi membri.</p>
<p>Durante il XVII secolo la produzione agricola ebbe un forte incremento a causa del miglioramento delle tecniche di coltivazione, della bonifica di nuovi terreni e dell&#8217;ampliamento della rete di canali di irrigazione. L&#8217;aumento del tenore di vita della popolazione e la crescita delle città fecero sorgere la domanda di generi alimentari più raffinati e l&#8217;agricoltura cominciò a diversificarsi, producendo non solo alimenti di base ma anche cotone, tabacco, semi da olio, foglie di gelso per sericoltura e frutta (arance, uva, meloni, ecc.). I contadini che trassero vantaggio da questo sviluppo non producevano più solamente per se stessi e per pagare le tasse ma cominciarono a vendere il surplus; ciò favorì la crescita di un&#8217;attività commerciale a livello nazionale e di un&#8217;economia monetaria.</p>
<p>Tuttavia lo sviluppo economico fu accompagnato da una crescita dei prezzi dei generi di prima necessità che ebbe effetti negativi sulle condizioni di vita dei ceti più bassi (contadini salariati, braccianti e manovali): come spesso accade nelle fasi iniziali della crescita economica di una nazione, il divario tra le classi sociali si ampliò. Il malcontento e il risentimento dei contadini verso i daimyô e il bakufu si manifestò in ricorrenti rivolte. In crescente difficoltà si trovarono anche i samurai di rango più basso i cui salari erano fissati in termini di quantità di riso, una &#8220;moneta&#8221; che andava progressivamente perdendo il proprio valore.</p>
<p>Nel periodo Edo il Giappone ebbe un forte sviluppo urbano. Mentre alla metà del XVI secolo la quasi totalità della popolazione risiedeva nelle campagne, verso l&#8217;inizio del XVIII secolo il paese aveva un tasso di urbanizzazione tra i più alti nel mondo di allora (5-7%). I nuclei delle città erano costituiti dai grandi castelli che i vari daimyô avevano iniziato a costruire a partire dal periodo Azuchi-Momoyama. All&#8217;interno e nelle immediate vicinanze di questi castelli vivevano un gran numero di samurai, le cui esigenze logistiche avevano attirato commercianti e artigiani. Durante il periodo Edo i castelli avevano perso importanza militare ma erano rimasti come sedi dei governi locali dei feudi e dell&#8217;apparato amministrativo dei daimyô e si erano ulteriormente sviluppati come centri industriali e commerciali.</p>
<p>La città di Edo, che nel 1590 era un piccolo villaggio di appena un migliaio di abitanti, ebbe una rapida crescita legata soprattutto al suo ruolo di sede del governo shôgunale; essa quindi fu rapidamente popolata da un gran numero di militari e funzionari amministrativi, oltre a divenire la sede delle sontuose residenze dei daimyô. Edo era il punto di arrivo delle tasse raccolte dai funzionari dello shôgun ed era quindi una città ricca, un centro di consumo più che di produzione. Ciò contribuì a creare nella città un&#8217;atmosfera vivace e stimolante in cui convivevano ricchi borghesi in cerca di piaceri mondani (il mondo solitamente descritto dal termine ukiyo) accanto a eruditi samurai, studiosi di storia, politica, poesia e antichità classiche.<br />
<span style="color: #333333;"><br />
L&#8217;apice di questo periodo di prosperità materiale e di sviluppo artistico e intellettuale è l&#8217;era <span style="color: #993300;"><strong>Genroku</strong></span> <span style="color: #993300;">(1688 &#8211; 1704) </span>in cui forse per la prima volta nella storia del Giappone si assiste alla nascita di una cultura guidata dai gusti non della nobiltà o della classe militare ma di una borghesia cittadina ricca e colta. Si tratta di un&#8217;arte allo stesso tempo popolare e raffinata che ha tra i suoi massimi esponenti il commediografo Chikamatsu Monzaemon, il romanziere Ihara Saikaku, il pittore Hishikawa Moronobu e il poeta Matsuo Bashô.</span></p>
<p>Anche la città di Ôsaka ebbe un grande sviluppo. Fin dall&#8217;età medioevale la sua posizione centrale e la sua vicinanza al mare e alla capitale di Heian ne avevano fatto uno dei principali centri commerciali del Giappone. Nonostante il miglioramento della rete stradale, anche durante il periodo Edo il trasporto marittimo rimase il sistema più economico per spedire le merci e Ôsaka si confermò come il più importante centro mercantile e finanziario del paese. Dopo la decadenza del periodo Sengoku anche la città di Kyôto ebbe una veloce ripresa, aiutata dalle sovvenzioni che il bakufu elargiva alla corte imperiale e da un forte sviluppo dell&#8217;artigianato e del commercio.</p>
<p>Le tre maggiori città del Giappone assunsero ben presto la dimensione di metropoli: nel 1720 Edo aveva circa un milione di abitanti, Kyôto e Ôsaka circa mezzo milione ciascuna.<br />
La diffusione del neoconfucianesimo</p>
<p>Il periodo Edo fu un periodo di crisi del buddhismo che perse quasi completamente l&#8217;appoggio della gerarchia politica, anche a causa del sostegno che alcuni potenti monasteri avevano fornito ai nemici di Oda Nobunaga e Toyotomi Hideyoshi. A livello popolare le cerimonie buddhiste e la devozione amidista (scuola Jôdo) continuavano ad avere seguito, ma si può dire che in generale il buddhismo avesse perso la funzione di guida morale del paese che aveva svolto nei secoli passati, anche perché alcuni suoi aspetti dottrinali (il forte richiamo alla compassione e la dottrina dell&#8217;illusorietà e transitorietà di tutto ciò che esiste) erano in contrasto con il codice di comportamento della classe militare.</p>
<p>Il cosiddetto neoconfucianesimo era una scuola di pensiero nata in Cina ad opera del filosofo Zhu Xi (1130 &#8211; 1200) e sottolineava soprattutto agli aspetti pratici e razionalistici della dottrina confuciana. Da un punto di vista morale esso dava una grande importanza alle relazioni umane, alla tradizione, all&#8217;obbedienza assoluta ai genitori e alle autorità come mezzo per mantenere l&#8217;armonia sociale.</p>
<p>Il neoconfucianesimo era stato importato in Giappone fin dal XIV secolo ed era oggetto di studio (soprattutto all&#8217;interno dei monasteri buddhisti) come uno degli elementi della cultura cinese ma aveva avuto scarso seguito. Tuttavia a partire dall&#8217;inizio del XVII secolo esso ebbe una rapida diffusione in tutto il paese e divenne in breve l&#8217;ideologia di riferimento degli ambienti intellettuali e della classe politica.</p>
<p>Alla sua diffusione contribuì notevolmente il fatto che uno dei consiglieri più fidati di Tokugawa Ieyasu fosse Hayashi Razan (1583 &#8211; 1657), un erudito neoconfuciano; forse per sua influenza alcuni elementi di origine confuciana sono evidenziabili negli editti emanati da Ieyasu. Più in generale il richiamo al rispetto della gerarchia e dell&#8217;ordine costituito doveva rendere gradita la morale neoconfuciana al bakufu, tanto che nel 1690 venne fondata a Edo una accademia di studi confuciani (Shôheikô) con il compito di formare i membri della famiglia Tokugawa e i fudai daimyô.</p>
<p>A parte questo lato ufficiale, il neoconfucianesimo ebbe anche una grande diffusione tra gli intellettuali, le persone di cultura e i militari, come è testimoniato dalla nascita di diverse scuole in competizione tra di loro e dal vivace dibattito tra di esse. Probabilmente l&#8217;aspetto più importante del neoconfucianesimo fu il suo influsso sugli ideali e sui codici di comportamento della popolazione.</p>
<p>Una misura della penetrazione della rigida morale neoconfuciana nella mentalità della gente comune è data dalla frequenza con cui nella letteratura e nelle opere teatrali del periodo Edo viene affrontato il tema del conflitto tra il dovere morale verso i genitori e i superiori (giri) e i sentimenti umani (ninjô). È tipica in questo senso la situazione di una coppia di amanti che non può coronare il proprio sogno d&#8217;amore a causa di doveri morali (ad esempio perché i genitori hanno già combinato un altro matrimonio) e che ha come unica via d&#8217;uscita il doppio suicidio (shinjû).</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #800000;"><span style="color: #333333;"><strong><span style="color: #808000;">La decadenza del bakufu</span></strong><br />
La spinta iniziale degli ordinamenti istituiti da Tokugawa Ieyasu e dai suoi primi successori Hidetada (1616 &#8211; 1623) e Iemitsu (1623 &#8211; 1651) assicurò al governo shôgunale un lungo periodo di stabilità e di efficace controllo sulla nazione. Tuttavia già a partire dagli inizi del XVIII secolo cominciano a manifestarsi i sintomi di una crisi che alla lunga determinerà il crollo del bakufu. Le ragioni di questa crisi sono numerose e complesse; in termini molto generali si può dire che il bakufu non è stato in grado di adattarsi a quei profondi cambiamenti che esso stesso aveva contribuito a generare ed è gradualmente divenuto un&#8217;istituzione obsoleta e in arretrato rispetto allo sviluppo del paese.</span></span></span></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #800000;"><span style="color: #333333;"><strong><span style="color: #808000;">La crisi economica</span></strong><br />
La crisi è visibile prima di tutto in campo economico. Mentre il Giappone si stava decisamente avviando verso un&#8217;economia di tipo proto-industriale e mercantile, la politica del bakufu rimase sostanzialmente legata all&#8217;economia rurale degli inizi del XVII secolo. Il governo centrale ha sempre considerato l&#8217;agricoltura come la più importante fonte di ricchezza e le sue misure nei confronti del commercio e dell&#8217;industria furono sempre parziali e contraddittorie. In particolare il commercio è stato considerato al più come un male necessario, da sfruttare con le tasse o da limitare nel tentativo di proteggere un&#8217;agricoltura condotta su piccola scala che ormai era diventata anacronistica. Anche la stessa rigida divisione in feudi era un ostacolo a un&#8217;economia che ormai aveva scala nazionale.</span></span></span></span></span></p>
<p>A partire dai primi anni del 1700 il bakufu si trovò in crescenti difficoltà economiche; infatti da un lato il prezzo del riso (la principale fonte di entrata fiscale) continuava a calare mentre le spese aumentavano a causa della crescente inefficienza delle strutture amministrative e della dilagante corruzione dei funzionari. La situazione fu ulteriormente aggravata da una serie di calamità naturali (siccità, inondazioni, eruzioni vulcaniche, pestilenze) che colpirono il Giappone durante il XVIII secolo; a causa delle carestie la popolazione del paese, che era notevolmente aumentata durante il XVII secolo, rimase invece stazionaria per tutto il XVIII secolo. Il dissesto economico del bakufu gravava anche pesantemente sui samurai di rango inferiore, che vedevano il potere d&#8217;acquisto dei loro stipendi ridursi costantemente e tra cui quindi cresceva il malcontento.</p>
<p>Un temporaneo miglioramento delle condizioni finanziarie del governo si ebbe sotto Yoshimune (1716 &#8211; 1745), l&#8217;ottavo shôgun Togugawa. Yoshimune era un uomo risoluto e dotato di senso pratico e varò una serie di provvedimenti per il risanamento delle finanze: istituzione di un contributo annuale da parte dei daimyô, ampliamento delle aree coltivabili con conseguente aumento dell&#8217;introito fiscale, riduzione delle spese attraverso una politica di economie e la moralizzazione della classe dirigente. Queste misure (conosciute con il nome di riforma Kyôhô) ottennero il pareggio del bilancio ed ebbero sulle finanze del bakufu un effetto benefico che si prolungò per parecchi decenni. Tuttavia l&#8217;impronta conservatrice della linea politica del governo non cambiò e le difficoltà di fondo che essa comportava rimasero.</p>
<p>Un esempio dei metodi seguiti dal bakufu per risolvere i gravi problemi economici in cui si trovava è costituito dalla cosiddetta riforma Kansei ispirate da Matsudaira Sadanobu nel 1787: riduzione delle spese attraverso richiami alla moralità, proibizione di acquisti di generi di tipo voluttuario, introduzione di nuove tasse, limitazione del commercio, riduzione della popolazione delle città e ritorno della popolazione alla coltivazione dei campi.</p>
<p>Più o meno nelle stesse situazioni erano anche i feudi, che spesso avevano bilanci in passivo e si trovavano nella necessità di contrarre forti debiti con i banchieri per poter sopravvivere. Mentre i domini più piccoli avevano ben poche possibilità di cambiare questa situazione, i daimyô di alcuni dei feudi più potenti (e in particolare alcuni tozama daimyô occidentali) intrapresero con successo una politica di razionalizzazione dell&#8217;amministrazione e di modernizzazione dell&#8217;economia, stimolando attraverso finanziamenti e opere pubbliche lo sviluppo di produzioni in settori particolari (cotone, seta, carta, porcellana, sake, ecc.) che erano molto richiesti a livello nazionale. Ciò portò da un lato al risanamento del bilancio dei feudi e a un miglioramento delle condizioni di vita della sua popolazione, dall&#8217;altro a un crescente risentimento verso le limitazioni imposte dal governo centrale.<br />
<span style="color: #808000;"><strong></strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #800000;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #808000;"><strong>La crisi della politica di isolamento</strong></span><br />
La politica di isolamento del bakufu non era mai stata assoluta. Fermo restando il bando totale del cristianesimo, gli shôgun avevano sempre permesso un commercio molto limitato con la Cina, la Corea, le isole Ryûkyû, gli Ainu e gli olandesi. Tuttavia questi scambi erano insufficienti per una economia che si stava avviando verso l&#8217;industrializzazione; tra l&#8217;altro la produzione agricola del Giappone era soggetta a drastiche variazioni annuali causate dall&#8217;instabilità del clima e l&#8217;impossibilità di importare generi di prima necessità rendeva molto gravi le conseguenze dei periodi di carestia. A partire dal XVIII secolo in alcuni ambienti intellettuali si era quindi andata formando la convinzione che la politica di isolamento fosse nociva e che il Giappone avesse tutto da guadagnare da scambi sia commerciali che culturali con l&#8217;estero. Di questo parere era anche lo shôgun Yoshimune che promosse lo studio dei testi scientifici occidentali, ordinando tra l&#8217;altro la compilazione del primo dizionario giapponese &#8211; olandese.</span></span></span></span></span></p>
<p>Sulla scia di questa parziale apertura si formò un piccolo gruppo di eruditi che impararono la lingua olandese e cominciarono a studiare i testi occidentali, soprattutto al fine di ricavarne notizie utili nei campi della botanica, medicina, astronomia, tecniche agricole e industriali. Questo nuovo ramo del sapere venne chiamato rangaku ["studi olandesi"] ed ebbe come esponenti principali Aoki Kon&#8217;yô (1698 &#8211; 1769), Ôtsuki Gentaku (1757 &#8211; 1827) e Hiraga Gennai (1728 &#8211; 1780). Tuttavia gli shôgun successivi a Yoshimune avevano su questo punto idee molto meno evolute e questa tendenza non fu più incoraggiata.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #800000;"><span style="color: #333333;"><strong><span style="color: #808000;">L&#8217;arrivo delle &#8220;navi nere&#8221;</span></strong><br />
Tra la fine del XVIII secolo e l&#8217;inizio del XIX la politica di isolamento del Giappone si scontrò con le crescenti pressioni da parte dei paesi occidentali. Da una parte la Russia era avanzata nella Siberia orientale e si stava ulteriormente espandendo in direzione dell&#8217;Alaska, della Kamchakta, delle isole Sahalin e Curili e perfino dello Hokkaidô. Dall&#8217;altra parte le maggiori nazioni europee (soprattutto l&#8217;Inghilterra) e gli Stati Uniti avevano crescenti interessi commerciali e politici in Estremo Oriente. Il Pacifico Orientale era quindi solcato da un numero crescente di navi che conducevano esplorazioni geografiche, cercavano nuovi mercati per il proprio commercio o semplicemente avevano bisogno di scali per rifornimenti; il Giappone cominciò quindi a essere raggiunto da richieste di aprire relazioni diplomatiche e commerciali da parte di diverse nazioni.</span></span></span></span></span></p>
<p>La risposta del bakufu a queste richieste fu spesso incerta e contraddittoria; gli shôgun erano forse combattuti tra il desiderio di proseguire la politica tradizionale di isolamento e i vantaggi che un&#8217;apertura all&#8217;Occidente avrebbero procurato. In alcuni casi lo shôgun si limitò a rifiutarsi di ricevere gli emissari occidentali, ma nel 1825 un editto ribadiva l&#8217;ordine di sparare a vista su ogni nave straniera che si fosse avvicinata alle coste. Tuttavia la sconfitta della Cina da parte dell&#8217;Inghilterra nella Guerra dell&#8217;Oppio (1839) indusse il bakufu a tenere una condotta più conciliante e nel 1842 l&#8217;editto del 1825 fu revocato.</p>
<p>La fine della politica di isolamento del Giappone fu tuttavia dovuta alla determinazione degli Stati Uniti. Dopo un tentativo fallito nel 1845 da parte del Commodoro Biddle, nel 1853 il Commodoro Matthew Perry chiese nuovamente facilitazioni per la navigazione e il commercio. Perry era accompagnato da quattro navi da guerra; questa volta lo shôgun non se la sentì di opporre un nuovo rifiuto e nel 1854 firmò un trattato che concedeva agli americani il permesso di commerciare con il Giappone attraverso l&#8217;accesso a due porti. L&#8217;accordo con gli Stati Uniti fu presto seguito da trattati analoghi con Inghilterra, Russia e Olanda.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #800000;"><span style="color: #333333;"><strong><span style="color: #808000;">La fine del governo shôgunale</span></strong><br />
Il brusco cambiamento di linea politica del bakufu apparve come un vile cedimento a pressioni esterne e suscitò aspre polemiche nel paese e una spaccatura all&#8217;interno dello stesso governo shôgunale. Tra l&#8217;altro in quella occasione lo shôgun ritenne opportuno chiedere consiglio ai tozama daimyô e alla corte imperiale, che da secoli erano stati esclusi da qualsiasi decisione in materia di politica estera; naturalmente anche questo fatto venne interpretato come un segno di debolezza del governo.</span></span></span></span></span></p>
<p>Già nel XVIII secolo si era sviluppata in Giappone una corrente di pensiero che era favorevole al ritorno a un governo imperiale diretto. Gli esponenti di queste idee (che naturalmente erano stati perseguiti dal bakufu) erano ideologicamente collegati con il movimento del kokugaku ["studi nazionali"], un gruppo di intellettuali che aveva come esponente di spicco Motoori Norinaga e che, partendo da una riscoperta e da uno studio filologico della letteratura giapponese antica (e in particolare del Kojiki) e da una rivalutazione dello shintoismo, era giunto a posizioni politiche contrarie allo shôgun.</p>
<p>Verso l&#8217;inizio del XIX secolo queste posizioni erano comunemente indicate con lo slogan Sonnô ["Onore all'Imperatore"] e si erano rafforzate a causa della crescente incapacità mostrata dagli ultimi shôgun Tokugawa e della crescente insubordinazione di alcuni potenti tozama daimyô (in particolare nei feudi occidentali di Mito, Chôshû e Satsuma). Dopo la metà del XIX secolo in questo movimento era anche confluita la protesta di quanti erano contrari alla firma dei trattati con i paesi occidentali. La fazione cosiddetta Sonnô jôi ["Onore all'Imperatore, espulsione dei barbari"] era sempre più forte e aveva organizzato una serie di rivolte e attentati contro gli stranieri. Nel 1863 le batterie costiere di Satsuma e Chôshû bombardarono navi americane (attacco a cui le forze occidentali reagirono duramente). In realtà sembra che l&#8217;opposizione agli stranieri non fosse dettata da un sentimento xenofobo ma semplicemente dal desiderio di mettere in difficoltà il bakufu.</p>
<p>Ormai il paese era in uno stato di guerra civile. Nel 1864 le forze di Chôshû attaccarono l&#8217;esercito dello shôgun a Kyôto. Il bakufu cercò di inviare rinforzi ma gli mancò l&#8217;appoggio militare di molti alleati e fu sconfitto. Gli scontri continuarono fino al 1867, quando l&#8217;ultimo shôgun si dimise, e nel 1868 l&#8217;intero paese si sottomise nuovamente all&#8217;autorità dell&#8217;<span style="color: #ff0000;"><strong>Imperatore</strong></span>.</p>
<p><span style="color: #800000;"><strong>Altri siti che trattano della storia del Giappone:</strong></span></p>
<ul>
<li> <a href="http://www.emory.edu/COLLEGE/CULPEPER/RAVINA/PROJECT/">Mark Ravina</a> ha scritto una <a href="http://www.emory.edu/COLLEGE/CULPEPER/RAVINA/PROJECT/index.html">introduzione alla storia del Giappone</a> (in inglese) nell&#8217;ambito dell&#8217;iniziativa <a href="http://www.emory.edu/COLLEGE/ECO/">Emory College Online 2001</a>; il sito appare ancora in costruzione ma contiene materiale interessante.</li>
<li> <a href="http://www.samurai-archives.com/">Samurai Archives</a> di C.E. West e F.W. Seal</li>
<li> <a href="http://www.unitus.it/Scienze/giovani/Lucci/File%20HTML%20miei/storiagiappone.html">La storia del Giappone</a>: una breve sintesi (in italiano)</li>
<li> <a href="http://www.openhistory.org/jhdp/">Musashi (Japanese History Documentation Project)</a>: un progetto molto ambizioso di documentazione sulla storia del Giappone, per ora in una fase ancora iniziale. Contiene tra l&#8217;altro una ricca bibliografia (in inglese).</li>
<li> <a href="http://web-japan.org/atlas/historical/histr_fr.html">Japan Historic Sites</a> (da <a href="http://web-japan.org/atlas/index.html">Japan Atlas</a>): presentazione di una trentina tra i principali luoghi storici del Giappone (in inglese).</li>
</ul>
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		<title>MUSICA GIAPPONESE</title>
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		<title>OGGETTI in BAMBU&#8217;</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Dec 2009 16:05:38 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Dalla produzione di utensili e attrezzi alla realizzazione di arredi, dagli oggetti religiosi e rituali, fino alla fattura di cesti e vasi, l’uso del bambù in ogni aspetto della vita quotidiana, in Giappone, è una tradizione millenaria. </p>
<p style="text-align: justify;">Ancora  nell’immediato dopoguerra migliaia di artigiani erano impiegati nella realizzazione di prodotti in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;">Dalla produzione di utensili e attrezzi alla realizzazione di arredi, dagli oggetti religiosi e rituali, fino alla fattura di cesti e vasi, l’uso del bambù in ogni aspetto della vita quotidiana, in Giappone, è una tradizione millenaria. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;">Ancora  nell’immediato dopoguerra migliaia di artigiani erano impiegati nella realizzazione di prodotti in bambù, ma già verso la fine del diciannovesimo secolo emergevano rari talenti in grado di creare vere e proprie opere irripetibili. Oggi gli artisti del bambù sono meno di un centinaio, ma la sapiente arte della sua lavorazione, già raffinata, si è evoluta in una nuova forma di arte, con la realizzazione di sculture che possono considerarsi la perfetta espressione del gusto e del senso estetico della cultura giapponese, sempre rivolta all’armonia tra natura ed artificio.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;">Così, dalla antica tecnica dell’intreccio del bambù nascono opere uniche e preziose, in cui la tensione dei fasci convive con la coesione dell’oggetto, la semplicità della forma con la complessità della realizzazione, la naturalezza del materiale con la raffinatezza dell’oggetto. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;">Lavori affascinanti anche per gli occidentali, come <strong>Lloyd Cotsen</strong>, che da vero estimatore del genere, è proprietario di una delle collezioni private  più ricche al mondo, in parte esposta in “<strong><span style="color: #808000;">Masters of Bamboo: Japanese Baskets and Sculpture in the Cotsen Collection</span></strong>&#8220;, presso l’<strong>Asian Art Museum</strong> di <strong>San Francisco</strong>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;">Parlare di ceste di bambù non rende adeguatamente l’idea della raffinata tecnica e del complesso lavorio che si consuma dietro queste opere, con risultati sorprendenti. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;">Il bambù intagliato, intrecciato, lavorato, può assomigliare a legno antico o a cuoio brunito. Il rattan, la canapa, la pietra, l&#8217;oro, si mescolano ad altre materie con effetti decorativi inaspettati.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"> Ma il bambù è un mezzo che richiede precisione e tempo. Occorrono almeno dieci anni per acquistare padronanza delle basi necessarie per la fabbricazione di un cesto, dopo una fase iniziale in cui si può solo osservare il maestro al lavoro e attender alla pulizia, raschiatura e preparazione del bambù, per  conoscere e saper scegliere il materiale tra le 600 varietà differenti di bambù che crescono in Giappone: la bellezza naturale delle canne, infatti, ha un peso notevole nella riuscita dell’opera e, dunque, spessore, forma, età, densità della fibra, flessibilità, devono essere selezionati con cura.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;">Solo dopo si possono mettere in pratica le conoscenze apprese, imitando i cesti <strong>Karamono</strong> (antichi cestini cinesi), in modo da imparare le diverse tecniche di intrecciare il bambù. Il cesto si costruisce dalla base ed il passaggio dalla base alla parte inferiore del cesto, in cui la tessitura piana e bidimensionale passa alla forma tridimensionale, è una delle fasi più importanti e più difficili, da cui dipende il successo del resto del lavoro.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"> Il primo artista di bambù giapponese conosciuto, perchè ha cominciato firmare i suoi lavori, è <strong>Hayakawa Shokosai</strong> <strong>I</strong> (1815-1897), figlio del samurai <strong>Hayakawa Keigoro</strong>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;">Ancora oggi un suo discendente <strong>Hayakawa Shokosai V</strong>, è annoverato tra i “<strong><span style="color: #808000;">masters of bamboo</span></strong>” e, nel 2003, è stato insignito del titolo di <strong>Living National Treasure</strong> nelle arti del bambù.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;">La maggior parte degli artisti giapponesi appartiene ad una delle due maggiori associazioni professionali del settore il <strong>Nihon Kogeikai </strong>ed il <strong>Nitten</strong>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;">Della prima fanno parte artisti come <strong>Yako</strong> <strong>Hodo</strong>, <strong>Fujitsuka Shosei</strong>, <strong>Nihon Kogeikai</strong>, il cui lavoro è più attento a coniugare la soluzione estetica con la funzione e mira all’eccellenza della tecnica. Nel Nitten operano <strong>Syoryu Honda</strong>, <strong>Minoura Chikuho</strong>, <strong>Yamaguchi Ryuun</strong> o <strong>Torii Ippo</strong>, esponenti di una maggiore propensione all’espressione artistica ed alla bellezza scultorea dell’opera.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;">Alcuni artisti affermati lavorano individualmente. Tra questi <strong>Kawashima Shigeo</strong>, uno dei più famosi a livello internazionale, <strong>Nagakura Kenichi</strong>, che si ispira alla forma umana o agli oggetti del mondo naturale, <strong>Ueno Masao</strong>, che ha adattato al bambù la tecnica della finitura in foglia d’oro e che spesso affida la progettazione delle forme al computer-assisted design, o <strong>Tanabe Shochiku III</strong> con le sue forme organiche quasi vive.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;">È facile da coltivare e si sviluppa rapidamente (alcune specie crescono fino ad un metro al giorno). È resistente e flessibile. È altamente eco-compatibile, anzi ecologico, se si pensa che una piantagione di un ettaro è capace di catturare fino a 17 ton. di anidride carbonica. È il bambù, fondamentale nelle economie dei paesi dell’Estremo Oriente o dell’America centro-meridionale, dove prospera in abbondanza e varietà, ma quasi sconosciuto alle nostre latitudini. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;">Eppure si tratta di un materiale dalle numerose e sorprendenti proprietà, destinato ad una utilizzazione sempre più vasta nell’edilizia e dell’architettura.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;">Da molti anni gli architetti colombiani <strong>Simon Velez</strong> e da <strong>Marcelo Villegas</strong> si servono di una varietà di bambù particolarmente adatta all’edilizia, la guadua, con caratteristiche tali che potrebbe costituire una seria soluzione al problema casa nei sovrappopolati centri dell’America latina. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;">Nel 2000<strong> Velez</strong> ha progettato e realizzato per <strong>ZERI</strong>, il padiglione per l’<strong><span style="color: #808000;">Esposizione Universale di Hannover</span></strong>, una grande struttura in bambù che ha superato positivamente i test statici e di resistenza al fuoco previsti dal regolamento edilizio europeo e dai parametri della rigorosa legislazione tedesca. Una conferma delle qualità di questo materiale, che è materia prima e prodotto al tempo stesso perché può essere utilizzato così come si presenta in natura, che ha ottime doti di resistenza alla trazione ed alla compressione, che addirittura aumentano con il passare del tempo, e risponde bene alle sollecitazioni sismiche.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"><strong>Kengo Kuma</strong>, tra i massimi esponenti del pensiero architettonico contemporaneo giapponese e vincitore nel 2002 dello S<strong><span style="color: #808000;">pirit of Nature Wood Architecture Award</span></strong>, (riconoscimento istituito in Finlandia nel 1999), è tra i primi estimatori di questo prodotto. Lo considera, anzi, un’arma di primaria importanza nella sua personale battaglia contro il calcestruzzo ed il cemento, che l’architetto giapponese considera troppo invasivi. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;">Il bambù, al contrario, non altera la natura degli insediamenti umani, ma, anzi,contribuisce a mantenere viva l’essenza dell’architettura giapponese tradizionalmente tesa all’armonia e all’equilibrio tra uomo e natura.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;">Il Great Bamboo Wall, un’abitazione è adagiata nei pressi della Grande Muraglia Cinese, è l’esempio di questa aspirazione.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;">La soluzione architettonica che la caratterizza è fortemente influenzata dall’opera millenaria che occupa il paesaggio. <strong>Kuma</strong>, infatti, è rimasto affascinato dal fatto che una struttura ingegneristica imponente come la Grande Muraglia, riesca ad integrarsi perfettamente con l’ambiente in cui è collocata. Questo muro maestoso che si adagia a perdita d’occhio sull’ondulato ricorrersi delle colline cinesi, non appare estraneo al contesto, ma in perfetta armonia con l’ambiente.</span></p>
<p><img src="file:///C:/DOCUME~1/COMPAQ~1/IMPOST~1/Temp/moz-screenshot.jpg" alt="" /></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;">Nella realizzazione del <strong>Great Bambolo Wall</strong>, dunque, l’architetto si è imposto la stessa finalità di integrazione dell’opera nella natura perchè “L&#8217;architettura deve essere concepita come una cornice per osservare l&#8217;ambiente (…) Cancellando l&#8217;oggetto dobbiamo rendere manifesto il luogo”.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;">In questa prospettiva, la scelta del bambù riveste un’importanza strategica. I due muri che costituiscono la facciata principale si mimetizzano perfettamente al panorama circostante. Sono realizzati da file verticali di canne di bambù svuotate (in corrispondenza dei nodi presentano degli ispessimenti coriacei) ed in cui sono state inserite aste di acciaio ed effettuato un getto controllato di cemento, in modo da eliminare alcune fragilità ed aumentarne le proprietà strutturali, senza modificarne minimamente quelle estetiche.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;">Una parete di bambù serpeggia attraverso la casa e come uno schermo filtrante, genera giochi di luce e di ombra, grazie alla sapiente alternanza di diverse densità e diametri.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;">Ma il cuore del progetto è il cd. lounge bambù, una stanza esterna circondata da bambù su tre lati e che sembra galleggiare sopra uno stagno poco profondo, come una sorta isola.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;">La penetrabilità delle pareti permette di vedere il paesaggio e lo spazio esterno si pone in questo modo, in continuità  con il resto della casa, creando un ambiente con una forte spiritualità zen. Una nuova interpretazione della capanna dell&#8217;erudito dedicata alla solitudine ed alla contemplazione.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #999999;"><strong><em>Ripalta Borrelli</em></strong></span><br />
</span></p>
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		<title>OGGETTI in CERAMICA</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Dec 2009 16:04:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>NIPPONSAI</dc:creator>
				<category><![CDATA[Oggetti in Ceramica]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">CLAY WORK - Oggetti contemporanei in Ceramica giapponese.
Il titolo, volutamente in inglese, riprende il termine con cui anche in giapponese sono indicate le opere in ceramica dalla forma desueta&#8230;. (&#8230;in aggiornamento&#8230;)</p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #993300;"><strong>CLAY WORK </strong></span>- Oggetti contemporanei in Ceramica giapponese.<br />
Il titolo, volutamente in inglese, riprende il termine con cui anche in giapponese sono indicate le opere in ceramica dalla forma desueta&#8230;. (<em>&#8230;<span style="color: #808000;">in aggiornamento</span>&#8230;</em>)</span></p>
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		<title>OGGETTI in CARTA</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Dec 2009 16:03:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>NIPPONSAI</dc:creator>
				<category><![CDATA[Oggetti in Carta]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La carta fu introdotta in Giappone intorno al 600, da parte della Cina; a quel tempo, la tecnica impiegata per la produzione della carta, prevedeva l&#8217;utilizzo di canapa e kozo.</p>
<p style="text-align: justify;">Con l’aumento della richiesta di carta, i produttori cercarono un materiale naturale diverso dal gelso e scoprirono il gampi, una pianta appartenente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"><strong>La carta</strong> fu introdotta in Giappone intorno al 600, da parte della Cina; a quel tempo, la tecnica impiegata per la produzione della carta, prevedeva l&#8217;utilizzo di <span style="color: #808000;"><strong>canapa</strong></span> e <span style="color: #808000;"><strong>kozo</strong></span>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;">Con l’aumento della richiesta di carta, i produttori cercarono un materiale naturale diverso dal <span style="color: #ff6600;"><strong>gelso</strong></span> e scoprirono il <span style="color: #808000;"><strong>gampi</strong></span>, una pianta appartenente alla famiglia delle <strong><span style="color: #808000;"><em>daphne</em></span></strong> originaria del Giappone, dando così inizio al passaggio dall’imitazione della carta cinese alla produzione della carta tipicamente giapponese.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;">In Giappone molti oggetti, anche di uso comune, sono fatti in carta, quindi la carta è un materiale importantissimo, usato non solo per scrivere, dipingere o fare Origami; essa viene utilizzata in arredamento, per la produzione di oggetti e architettura, per l&#8217;utilizzo nei famosi pannelli scorrevoli. proveremo a elecare e descrivere alcuni oggetti.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;">Le <span style="color: #ff6600;"><strong>lampade</strong></span> di carta sono tipiche della storia giapponese. Rappresentano un importante utilizzo della carta prodotto con il metodo <span style="color: #ff6600;"><strong>Washi</strong></span>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;">La carta è estremamente resistente e robusta e&#8217; nello stesso tempo morbida e satinata: assorbe la luce delle candele o delle moderne lampadine poste all&#8217;interno diffondendo una illuminazione calda e ben diffusa. Le speciali caratteristiche delle materie prime fanno un materiale estremamente resistente e durevole e di eccezionale gusto.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #ff6600;">( <em>&#8230; pagina in aggiornamento &#8230; </em>)</span><br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"><br />
</span></p>
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		<title>PITTURA GIAPPONESE</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Dec 2009 16:02:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>NIPPONSAI</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pittura]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La pittura giapponese si presenta, al tempo stesso, come punto di arrivo e di elaborazione della lunga tradizione pittorica e calligrafica cinese, sia come fonte di ispirazione, sia come azione di di ricerca per alcune traiettorie seguite dall&#8217;arte moderna e contemporanea occidentale. </p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;uso dell&#8217;inchiostro e del pennello, inoltre, ha da sempre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;">La <strong><span style="color: #808000;">pittura giapponese</span></strong> si presenta, al tempo stesso, come punto di arrivo e di elaborazione della lunga tradizione pittorica e calligrafica cinese, sia come fonte di ispirazione, sia come azione di di ricerca per alcune traiettorie seguite dall&#8217;arte moderna e contemporanea occidentale. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;">L&#8217;uso dell&#8217;<strong>inchiostro</strong> e del <strong>pennello</strong>, inoltre, ha da sempre accompagnato l&#8217;istruzione e lo sviluppo personale, tecnico e morale, sia dei letterati sia dei guerrieri del Giappone, fin dall&#8217;introduzione della scrittura nell&#8217;arcipelago (V-VI secolo d.C.). </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;">Il fascino di quest&#8217;arte, e delle tecniche che la costituiscono, deriva in buon parte anche dalla sua differenza rispetto alle tecniche tipiche della tradizione europea: differenze che sottendono diverse concezioni del mondo e della vita, diverse strutture concettuali e filosofiche; infatti, non solo esiste un pensiero nella pittura, ma la pittura, si può dire, &#8220;pensa essa stessa&#8221;; è pensiero espresso in forme, percetti, rapporti tonali. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;">Il <span style="color: #808000;"><strong>laboratorio</strong></span> offerto in questa nuova edizione di Nipponsai 2010 intende offrire alcuni spunti per una riflessione culturale sull&#8217;arte e sulle possibilità espressive della scrittura e della pittura giapponesi, introducendo all&#8217;uso degli strumenti tradizionali della pittura ad inchiostro (sumie) e al valore che essi rivestono nell&#8217;ambito della cultura nipponica.</span></p>
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