FLAUTO GIAPPONESE

BANNER HEADER - 9FLAUTO GIAPPONESE – SHAKUHACHI: (尺八 (しゃくはち) indica genericamente i flauti dritti giapponesi.

Bunkasai_by_Nausica_Opera-DSC_0681 Bunkasai_by_Nausica_Oper-DSC_0658 Bunkasai_by_Nausica_Oper-DSC_0707 Himeji_Oshiro_Matsuri_August09_126 Komuso_Buddhist_monk_beggar_Kita-kamakuraLo strumento moderno presenta cinque fori digitali, quattro anteriori e uno posteriore. Dello shakuhachi si usano dieci taglie: la più piccola di circa 39cm. la maggiore di 91 cm. Il modello più diffuso, di 54,5 cm, produce come nota di base Re4 e ha un’estensione di oltre due ottave e mezza. il flauto di bambù giunse in Giappone dalla Cina durante il VI secolo; grazie a secoli di evoluzione isolata  il shakuhachi modificato possiede numerose diversità dal suo omologo cinese; in Giappone. Durante il periodo medievale, il flauto shakuhachi era molto importante per il loro ruolo allegorico ed esoterico nella setta Fuke dei monaci buddisti Zen, conosciuti come komusō (“sacerdoti del nulla,” o monaci del vuoto“), monaci lo usarono come strumento spirituale.

Le loro canzoni (chiamati “quello”) erano eseguite al ritmo della respirazione del flautista, sono stati considerati meditazione (suizen) tanto quanto la musica.

In quel periodo lo spostamento in diversi territori del Giappone era limitato dalle leggi dello shogunato, ma la setta Fuke riuscì ad ottenere un’esenzione dallo Shogun, in quanto la loro regola li obbligava a una pratica spirituale dove era richiesto loro di spostarsi da un luogo a altro suonando il shakuhachi per supplicare le offerte (una famosa canzone riflette questa tradizione di raccolta delle offerte, “Hi mi fu, hachi gaeshi”. Successivamente essi persuasero lo Shogun a concedere dei “diritti esclusivi” a suonare lo strumento; il patto però prevedeva che in cambio della concessione alcuni monaci fossero obbligati a spiare per lo shogunato, oltre che inviare molte delle proprie spie fuori dai confini sotto le spoglie di monaci Fuke. La cosa fù resa più facile dai cestini di vimini che i Fuke indossavano sopra le loro teste, simbolo del loro distacco dal mondo.

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