MASCHERE Teatro Nō

BANNER HEADER - 10Su gentile concessione del Maestro Goto Terumoto di Hasimoto, sono state esposte in NIPPONSAI (con relativo workshop aperto al pubblico interessato) le 13 maschere usate nel Teatro giapponese in stile realizzate nell’antica tecnica e con le relative procedure di colorazione e trattamenti di finitura pittorica e cromatica.

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Il (能) è una forma di teatro sorta in Giappone nel XVI sec. che presuppone una cultura abbastanza elevata per essere compreso, a differenza del Kabuki che ne rappresenta la sua volgarizzazione. I testi del Nō sono costruiti in modo da poter essere interpretati liberamente dallo spettatore, ciò è dovuto in parte alla peculiarità della lingua che presenta numerosi omofoni. È caratterizzato dalla lentezza, da una grazia spartana e dall’uso di maschere caratteristiche.

Bunkasai-DSC_0809 by Nausica OperaLo Shite recita in maschera il che ovviamente toglie ogni possibilità di esprimersi con la mimica facciale. Però la grande abilità degli attori produce quasi espressività della maschera anche grazie al fatto che quest’ultima è scolpita in modo tale che a secondo dell’orientamento e della diversa incidenza della luce si producano mutamenti espressivi. Poiché i buchi posti all’altezza degli occhi sono di ridottissime dimensioni, per aumentare ulteriormente l’espressività, gli attori hanno a disposizione una visuale limitatissima e si servono quindi di punti fissi per orientarsi e di percorsi predeterminati. Tutte le maschere del teatro Nō (能面 nō-men o 面 omote) hanno un nome.

Bunkasai-DSC_0812 by Nausica OperaDi solito solo lo Shite, l’attore principale, porta la maschera. Può comunque accadere, che in alcuni casi, anche gli Tsure possano indossare una maschera, in particolare per i personaggi femminili. Le maschere sono di solito ritratti di personaggi femminili o non umani (divinità, demoni o animali), ci sono comunque anche maschere rappresentanti ragazzi o vecchi. Gli attori senza maschera hanno sempre un ruolo di uomini adulti di venti, trenta o quarant’anni. Anche il coprimario waki non indossa maschere.

Bunkasai-DSC_0811 by Nausica OperaUsata da un attore capace la maschera è in grado di mostrare differenti espressioni e sentimenti a seconda della posizione della testa dell’attore e dell’illuminazione. Una maschera inanimata può quindi avere la capacità di sembrare felice, triste o una grande varietà di altre espressioni. La maschera inoltre, ha una funzione mediatrice cioè può incarnare entità superiori e costituire quindi un punto di incontro tra il tempo mitico e il tempo storico. Essa ha anche la funzione di richiamare i morti sulla terra: indossando la maschera del defunto, l’attore ne incarna lo spirito. Ecco perché qualsiasi spettacolo è preceduto da una sorta di venerazione nei confronti della maschera: in questo modo l’attore pensa che potrà incarnare al meglio il personaggio. Nei drammi più antichi le maschere erano addirittura considerate delle divinità, ecco perché ogni spettacolo era preceduto da preghiere rivolte a tali divinità.

Bunkasai-DSC_0810 by Nausica OperaPer approfondire le tecniche di questa forma di teatro, l’opera più considerevole è il Fushikaden (Della trasmissione del fiore dell’interpretazione) che fu scritto da Zeami per tramandare ai discendenti i segreti dell’arte. Un’edizione molto interessante di questa opera è: Motokyo Zeami, Il segreto del teatro Nō, a cura di René Sieffert, Milano Adelphi 1966. Importante per la personalità degli autori è anche:

  • Ezra Pound e Ernest F.Fenollosa, Il teatro giapponese Nō, Vallecchi Firenze 1966. Inoltre:
  • Gian Carlo Calza, L’incanto sottile del dramma Nō. La principessa Aoi, Edizioni di Vanni Scheiwiller 1975.
  • Gian Carlo Calza, Il fiore nel demone. L’incanto sottile del dramma Nō, Ed. Nuova Milano 1983.
  • Benito Ortolani, “Il teatro giapponese-Dal rituale sciamanico alla scena contemporanea”, Bulzoni Editore 1990.
  • Paola Cagnoni, Scritti teatrali, Venezia, Cafoscarina, 2006.
  • Moretti, Luca, Un’esperienza di studio pratico del kyōgen sotto la guida del maestro Zenchiku Tadashige della scuola Ōkura. Una riflessione retrospettiva, http://www.centrostudiorientaliroma.net

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